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Friday July 30th 2010

Il libro Angeli e Orchi sarà presentato anche a Bagheria

Il libro di Nicolò Angileri sarà presentato a Villa Cattolica il prossimo 14 novembre alle 17,30. Alla presentazione del libro, oltre all’autore, sabato saranno presenti Raffaella Catalano, co-autrice, Ficarra & Picone e la Dario Flaccovio Editore. Di seguito pubblichiamo la bella lettera di Ficarra & Picola e la presentazione di Raffaella Catalano.

La copertina del libro in libreria:

copertinalibro

Una stanza per tornare a essere piccoli
Di Ficarra & Picone
La stanza era sicuramente colorata. C’era un intenso profumo di matite e colori, e forse c’era un qualche tipo di animale disegnato alle pareti… il tempo, si sa, offusca i ricordi e a volte li modifica anche. Ma sicuramente c’era lui: un piccolo e luccicante banco da scuola elementare, con due seggioline accanto. Tutti a scuola abbiamo avuto il nostro banco e un compagnetto di cui abbiamo un ricordo confuso… come noi adesso di quella stanza. Crediamo che non ci sia un solo uomo sulla faccia della Terra che di fronte a un banchetto da scuola elementare possa resistere alla tentazione: sedersi, chiudere gli occhi e, insieme all’odore delle matite e delle gomme per cancellare, tornare a quando si era piccoli. Ecco, noi in quel momento eravamo due uomini sulla fascia della Terra. Ma, ahinoi, la Terra è roba per grandi, così ci siamo guardati e insieme abbiamo convenuto che anche con la scusa, spesso comoda, di essere dei comici, sedersi dietro il piccolo banco sarebbe stato troppo. Più che comici, saremmo apparsi ridicoli. Ma poiché la fortuna aiuta spesso gli audaci, ma sempre e comunque aiuta chi c’ha culo, qualcosa ci venne in soccorso.
I giornalisti presenti ci proposero infatti di fare due scatti seduti proprio lì, su quelle seggioline, dietro quel banchetto. Dicevano che sarebbe stata un’immagine bella e forte contemporaneamente e che avrebbe giovato alle finalità di quella giornata. Noi non sappiamo che tipo d’immagine sia venuta fuori, sappiamo soltanto che con la scusa dei flash, ogni tanto chiudevamo gli occhi e, insieme all’odore delle matite e delle gomme per cancellare, raggiungevamo le nostre lontanissime scuole elementari.
Quel giorno amavamo i giornalisti!
Era gennaio del 2007 e noi eravamo stati invitati negli uffici della Squadra Mobile di Palermo per inaugurare la “Baby Mobil”, ovvero l’Isola dei bambini” la prima stanza in Italia, in uso alle forze dell’ordine, attrezzata per ascoltare le vittime di abusi sessuali, per metterle a proprio agio durante le loro audizioni.
E’ passato un po’ di tempo da quel giorno, ma questo libro ci ha riportati per la prima volta dentro la stanza, ad scoltare i singhiozzi di quei bambini costretti a diventare grandi troppo presto.
La parola pedofilia ci fa paura: è troppo doloroso immaginare gli occhi spaventati delle piccole vittime, le urla soffocate nella notte dalle enormi mani degli orchi, il loro silenzio spesso estorto con la minaccia di un dolore più grande.
La parola pedofilia ci rende cattivi: un senso di vendetta verso i carnefici fa vacillare i nostri più moderni principi di umana comprensione e di perdono. Dalla parola pedofilia ci difendiamo: la releghiamo a notizia da telegiornale, che non riguarda la nostra vita, n nostri piccoli, le nostre case. Ma riguarda i “poverini”, “quelli sfortunati”, quelli che in tv hanno nomi diversi, ma tutti la stessa faccia.
Leggere quindi di queste storie, e soprattutto saperle vere, richiede uno sforzo voluto, perché quando si vedono certe cose, e il libro ha il merito di farcele vedere, non si può rimanere gli stessi.
Nicolò Angileri, insieme a Raffaella Catalano, ci ricorda che i pedofili di cui tanto sentiamo parlare, nei sempre più distanti telegiornali del nostro tempo, possono essere così vicini da non riuscire spesso a riconoscerli. Ed è questa preoccupazione che ci lascia il libro, preoccupazione però subito confortata dalla certezza di sapere che dentro una piccola stanza… colorata, con un intenso profumo di matite e con un qualche tipo di animale disegnato alle pareti, ci sono uomini che ogni giorno medicano le anime e i sorrisi dei nostri angeli, quegli angeli che grazie a un banchetto luccicante da scuola elementare forse torneranno a essere piccoli, e saranno felici pensando che per fortuna passerà ancora molto tempo prima di diventare grandi!
Premessa
di Raffaella Catalano
Ho conosciuto Nicolò Angileri nell’autunno del 2008, tramite un collega giornalista.
Quando l’ho incontrato per la prima volta mi sono detta che se fossi stata una criminale non avrei mai voluto avere a che fare con lui. Nicolò ha l’aspetto da duro. Per il fisico compatto, per il giubbotto di quelle nera (dal quale, avrei notato poi, non si separa mai), per gli occhiali scuri che porta sempre e per la faccia che a prima vista ricorda quella di Ricky Memphis nei film in cui interpreta il dispensatore di cazzotto. Glielo dicono tutti che somiglia a quell’attore, ma a lui non fa molto piacere. Pero probabilmente in un film anche a Nicolò Angileri un regista affiderebbe quel genere di ruolo. Perhcè al cinema spesso conta più la faccia che l’indole. E il copione da duro pensavo che Nicolò l’avesse sempre recitato in quella sorta di gioco delle parti che spesso fanno i poliziotti durante gli interrogatori: uno blandisce, l’altro attacca, una fa l’amico, l’altro l’inflessibile. Poi ho saputo che lui gli ultimi sei anni dei suoi diciannove di servizio in polizia li ha impiegati a occuparsi di violenze sessuali sui bambini, a Palermo. E per trattare casi così delicati non serve soltanto un fisicop possente: c’è bisogno soprattutto di sensibilità.
Quando dai suoi racconti ho scoperto che la cosa a cui tienesi più sono i bambini che tutela prestando servizio alla Sezione specializzata minori della squadra Mobile, ho smesso di pensare a Ricky Memphis e hai duri dello schermo. Ho sentito le emozioni di Nicolò, ho vissuto la sua e capito i sacrifici che gli richiede ogni caso giudiziario in cui si impegna. Ho imparato che per lui il lavoro è sempre e prima di tutto l’incontro con una vicenda umana. Ogni volta più amara. E ho percepito pure l’amore di questo poliziotto trentottenne per i suoi figli e per sua moglie e la voglia che ha di non trascurarli, nonostante le ragioni di servizio lo tengano spesso lontano da casa.
Nicolò mi ha anche raccontato un segreto che da un uomo che vive strada non mi sarei aspettata: la sua devozione agli angeli custodi. Secondo lui esistono. Sostiene che in ogni momento difficile ne ha incrociato uno, magari cogliendolo con lo sguardo in un quadro, su un libro o passando davanti a una chiesa. Oppure in un riferimento casuale nel corso di una conversazione.
Per lui gli angeli sono illuminazioni del momento e conforto nella sofferenza. Una sofferenza che nasce dal lavoro che fa, che non gli ha impedito di andare avanti.
Di crisi lui ne ha avute nell’affrontare centinaia di storie di violenza. Ha temuto e teme anche per i suoi figli. Ogni tanto qualcuno ha rivolto minacce non sempre velate alla sua famiglia.
Un giorno, uno di quelli più brutti – sempre che tra gli orrori delle vite violate dai pedofili si possa fare una classifica – Nicolò stava per mollare tutto e passare a un ambito professionale diverso, meno coinvolgente e meno distruttivo a livello psicologico. Ma ha la testa dura e non si arrende facilmente. Così ha parlato del suo disagio con una psicologa che da molti più anni di lui lavora con i bambini e le ha raccontato le sue difficoltà e il suo scoramento.
Lei gli ha dato un consiglio semplici: scrivi le storie che ti capitano, anche le più raccapriccianti. Raccontale a te stesso appena ne esci fuori. Sarà una specie di autoanalisi che forse ti aiuterà a vederle un po’ a distanza.
Perché se soffri troppo non potrai più aiutare gli altri.
E così, nottetempo, Nicolò si è messo a prendere appunti. A penna, al computer, come capitava, ed è uscito dalla crisi poco dopo aver cominciato a mettere nero su bianco. E’ andato avanti a scrivere per qualche anno.
Sapeva che quegli stralci di storie buttate su un foglio con l’idea di liberarsi dall’angoscia erano troppo personali per avere un pubblico di lettori. Però ha voluto raccogliere lo stesso, alla rinfusa com’erano. Poi le ha rilegate e le ha trasformate in un regalo per sua moglie, in occasione di un compleanno. Lei proprio non se l’aspettava, quel genere di dono, perché Nicolò aveva sempre scritto in silenzio.
Lui mi ha raccontato che alla fine della lettura sua moglie era entusiasta. Da tempo vedeva sua marito più sollevato e erano, ma adesso aveva anche scoperto qualcosa di nuovo su quell’uomo che le viveva accanto tredici anni: il suo mondo professionale fatto di storie indicibili che lui le aveva quasi sempre tenuto nascoste per non addolorarla. I resoconti di Nicolò le avevano dato scosse ed emozioni. <<Non dovrei leggerle solo io, queste cose>>, gli disse una sera. Lui sapeva bene di non essere uno scrittore: non voleva cimentarsi in un’opera destinata al pubblico. Passò qualche tempo, ma sua moglie non demordeva e Nicolò si rese conto che forse poteva affrontare anche quella sfida.
Così io e lui ci siamo incontrati. Gli ho chiesto di raccontarmi quelle storie. Con la voce, le sue voce, le sue emozioni, i suoi sfoghi a volte ruvidi e a volte teneri e i suoi ricordi brutti o belli: la violenza, ma anche le espressioni dei bambini che gli avevano sorriso, gli abbracci dei genitori che lo avevano ringraziato, che avevano pianto con lui e poi tirato un sospiro di sollievo alla fine di un’esperienza drammatica.
Quelle storie adesso sono qui in una forma nuova.
Nicolò bene a tutti e che, quindi, non lasceranno indifferenti.
Io credo che valga pena conoscerle, nonostante siano sfibranti. Servirà a individuare, a comprendere e a evitare le situazioni a rischio, a portare nelle scuole esperienze utili e a spezzare via remore tabù, silenzi.

Una stanza per tornare a essere piccoli

Di Ficarra & Picone

La stanza era sicuramente colorata. C’era un intenso profumo di matite e colori, e forse c’era un qualche tipo di animale disegnato alle pareti… il tempo, si sa, offusca i ricordi e a volte li modifica anche. Ma sicuramente c’era lui: un piccolo e luccicante banco da scuola elementare, con due seggioline accanto. Tutti a scuola abbiamo avuto il nostro banco e un compagnetto di cui abbiamo un ricordo confuso… come noi adesso di quella stanza. Crediamo che non ci sia un solo uomo sulla faccia della Terra che di fronte a un banchetto da scuola elementare possa resistere alla tentazione: sedersi, chiudere gli occhi e, insieme all’odore delle matite e delle gomme per cancellare, tornare a quando si era piccoli.

Ecco, noi in quel momento eravamo due uomini sulla fascia della Terra. Ma, ahinoi, la Terra è roba per grandi, così ci siamo guardati e insieme abbiamo convenuto che anche con la scusa, spesso comoda, di essere dei comici, sedersi dietro il piccolo banco sarebbe stato troppo. Più che comici, saremmo apparsi ridicoli. Ma poiché la fortuna aiuta spesso gli audaci, ma sempre e comunque aiuta chi c’ha culo, qualcosa ci venne in soccorso.

I giornalisti presenti ci proposero infatti di fare due scatti seduti proprio lì, su quelle seggioline, dietro quel banchetto. Dicevano che sarebbe stata un’immagine bella e forte contemporaneamente e che avrebbe giovato alle finalità di quella giornata. Noi non sappiamo che tipo d’immagine sia venuta fuori, sappiamo soltanto che con la scusa dei flash, ogni tanto chiudevamo gli occhi e, insieme all’odore delle matite e delle gomme per cancellare, raggiungevamo le nostre lontanissime scuole elementari.

Quel giorno amavamo i giornalisti!

Era gennaio del 2007 e noi eravamo stati invitati negli uffici della Squadra Mobile di Palermo per inaugurare la “Baby Mobil”, ovvero l’Isola dei bambini” la prima stanza in Italia, in uso alle forze dell’ordine, attrezzata per ascoltare le vittime di abusi sessuali, per metterle a proprio agio durante le loro audizioni.

E’ passato un po’ di tempo da quel giorno, ma questo libro ci ha riportati per la prima volta dentro la stanza, ad scoltare i singhiozzi di quei bambini costretti a diventare grandi troppo presto.

La parola pedofilia ci fa paura: è troppo doloroso immaginare gli occhi spaventati delle piccole vittime, le urla soffocate nella notte dalle enormi mani degli orchi, il loro silenzio spesso estorto con la minaccia di un dolore più grande.

La parola pedofilia ci rende cattivi: un senso di vendetta verso i carnefici fa vacillare i nostri più moderni principi di umana comprensione e di perdono. Dalla parola pedofilia ci difendiamo: la releghiamo a notizia da telegiornale, che non riguarda la nostra vita, n nostri piccoli, le nostre case. Ma riguarda i “poverini”, “quelli sfortunati”, quelli che in tv hanno nomi diversi, ma tutti la stessa faccia.

Leggere quindi di queste storie, e soprattutto saperle vere, richiede uno sforzo voluto, perché quando si vedono certe cose, e il libro ha il merito di farcele vedere, non si può rimanere gli stessi.

Nicolò Angileri, insieme a Raffaella Catalano, ci ricorda che i pedofili di cui tanto sentiamo parlare, nei sempre più distanti telegiornali del nostro tempo, possono essere così vicini da non riuscire spesso a riconoscerli. Ed è questa preoccupazione che ci lascia il libro, preoccupazione però subito confortata dalla certezza di sapere che dentro una piccola stanza… colorata, con un intenso profumo di matite e con un qualche tipo di animale disegnato alle pareti, ci sono uomini che ogni giorno medicano le anime e i sorrisi dei nostri angeli, quegli angeli che grazie a un banchetto luccicante da scuola elementare forse torneranno a essere piccoli, e saranno felici pensando che per fortuna passerà ancora molto tempo prima di diventare grandi!

Premessa

di Raffaella Catalano

Ho conosciuto Nicolò Angileri nell’autunno del 2008, tramite un collega giornalista.

Quando l’ho incontrato per la prima volta mi sono detta che se fossi stata una criminale non avrei mai voluto avere a che fare con lui. Nicolò ha l’aspetto da duro. Per il fisico compatto, per il giubbotto di quelle nera (dal quale, avrei notato poi, non si separa mai), per gli occhiali scuri che porta sempre e per la faccia che a prima vista ricorda quella di Ricky Memphis nei film in cui interpreta il dispensatore di cazzotto. Glielo dicono tutti che somiglia a quell’attore, ma a lui non fa molto piacere. Pero probabilmente in un film anche a Nicolò Angileri un regista affiderebbe quel genere di ruolo. Perhcè al cinema spesso conta più la faccia che l’indole. E il copione da duro pensavo che Nicolò l’avesse sempre recitato in quella sorta di gioco delle parti che spesso fanno i poliziotti durante gli interrogatori: uno blandisce, l’altro attacca, una fa l’amico, l’altro l’inflessibile. Poi ho saputo che lui gli ultimi sei anni dei suoi diciannove di servizio in polizia li ha impiegati a occuparsi di violenze sessuali sui bambini, a Palermo. E per trattare casi così delicati non serve soltanto un fisicop possente: c’è bisogno soprattutto di sensibilità.

Quando dai suoi racconti ho scoperto che la cosa a cui tienesi più sono i bambini che tutela prestando servizio alla Sezione specializzata minori della squadra Mobile, ho smesso di pensare a Ricky Memphis e hai duri dello schermo. Ho sentito le emozioni di Nicolò, ho vissuto la sua e capito i sacrifici che gli richiede ogni caso giudiziario in cui si impegna. Ho imparato che per lui il lavoro è sempre e prima di tutto l’incontro con una vicenda umana. Ogni volta più amara. E ho percepito pure l’amore di questo poliziotto trentottenne per i suoi figli e per sua moglie e la voglia che ha di non trascurarli, nonostante le ragioni di servizio lo tengano spesso lontano da casa.

Nicolò mi ha anche raccontato un segreto che da un uomo che vive strada non mi sarei aspettata: la sua devozione agli angeli custodi. Secondo lui esistono. Sostiene che in ogni momento difficile ne ha incrociato uno, magari cogliendolo con lo sguardo in un quadro, su un libro o passando davanti a una chiesa. Oppure in un riferimento casuale nel corso di una conversazione.

Per lui gli angeli sono illuminazioni del momento e conforto nella sofferenza. Una sofferenza che nasce dal lavoro che fa, che non gli ha impedito di andare avanti.

Di crisi lui ne ha avute nell’affrontare centinaia di storie di violenza. Ha temuto e teme anche per i suoi figli. Ogni tanto qualcuno ha rivolto minacce non sempre velate alla sua famiglia.

Un giorno, uno di quelli più brutti – sempre che tra gli orrori delle vite violate dai pedofili si possa fare una classifica – Nicolò stava per mollare tutto e passare a un ambito professionale diverso, meno coinvolgente e meno distruttivo a livello psicologico. Ma ha la testa dura e non si arrende facilmente. Così ha parlato del suo disagio con una psicologa che da molti più anni di lui lavora con i bambini e le ha raccontato le sue difficoltà e il suo scoramento.

Lei gli ha dato un consiglio semplici: scrivi le storie che ti capitano, anche le più raccapriccianti. Raccontale a te stesso appena ne esci fuori. Sarà una specie di autoanalisi che forse ti aiuterà a vederle un po’ a distanza.

Perché se soffri troppo non potrai più aiutare gli altri.

E così, nottetempo, Nicolò si è messo a prendere appunti. A penna, al computer, come capitava, ed è uscito dalla crisi poco dopo aver cominciato a mettere nero su bianco. E’ andato avanti a scrivere per qualche anno.

Sapeva che quegli stralci di storie buttate su un foglio con l’idea di liberarsi dall’angoscia erano troppo personali per avere un pubblico di lettori. Però ha voluto raccogliere lo stesso, alla rinfusa com’erano. Poi le ha rilegate e le ha trasformate in un regalo per sua moglie, in occasione di un compleanno. Lei proprio non se l’aspettava, quel genere di dono, perché Nicolò aveva sempre scritto in silenzio.

Lui mi ha raccontato che alla fine della lettura sua moglie era entusiasta. Da tempo vedeva sua marito più sollevato e erano, ma adesso aveva anche scoperto qualcosa di nuovo su quell’uomo che le viveva accanto tredici anni: il suo mondo professionale fatto di storie indicibili che lui le aveva quasi sempre tenuto nascoste per non addolorarla. I resoconti di Nicolò le avevano dato scosse ed emozioni. <<Non dovrei leggerle solo io, queste cose>>, gli disse una sera. Lui sapeva bene di non essere uno scrittore: non voleva cimentarsi in un’opera destinata al pubblico. Passò qualche tempo, ma sua moglie non demordeva e Nicolò si rese conto che forse poteva affrontare anche quella sfida.

Così io e lui ci siamo incontrati. Gli ho chiesto di raccontarmi quelle storie. Con la voce, le sue voce, le sue emozioni, i suoi sfoghi a volte ruvidi e a volte teneri e i suoi ricordi brutti o belli: la violenza, ma anche le espressioni dei bambini che gli avevano sorriso, gli abbracci dei genitori che lo avevano ringraziato, che avevano pianto con lui e poi tirato un sospiro di sollievo alla fine di un’esperienza drammatica.

Quelle storie adesso sono qui in una forma nuova.

Nicolò bene a tutti e che, quindi, non lasceranno indifferenti.

Io credo che valga pena conoscerle, nonostante siano sfibranti. Servirà a individuare, a comprendere e a evitare le situazioni a rischio, a portare nelle scuole esperienze utili e a spezzare via remore tabù, silenzi.

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